15.03.2011

“Robar coi oci”. Rubare con gli occhi.

Riflessioni al margine di una conversazione con Antonio Caprotti.

Recentemente ho avuto l’occasione di visitare nella bella città di Monza (occasione naturalmente cercata) lo splendido “atelier” di illuminazione - forse il più storico d’Italia - di Antonio Caprotti.

Gli incontri con il Signor Antonio Caprotti sono di solito abbastanza brevi, da buon brianzolo, che conosce il valore del tempo, non ne perde e - Dio lo abbia in gloria! - non ne fa perdere. Durante questa ultima occasione è stato piacevole indugiare un po’ più a lungo del solito riflettendo su alcuni aspetti della realtà muranese che lo hanno non solo incuriosito e interessato ma anche colpito, sono dei pensieri quasi in libertà che mi ha invitato a mettere nero su bianco.

Raccolgo con piacere il suo stimolo anche perché mi rendo conto che alcuni spaccati del vissuto muranese o sono affatto sconosciuti o vengono considerati quasi aneddoti dal vago sapore di leggende “isolane”. Il tutto prende spunto naturalmente dalla domanda sullo stato di salute della vetraria muranese, ben sapendo, il Signor Antonio, che la crisi economica in atto non ha risparmiato le aziende dell’Isola.

E così mi chiede se Murano sopravvivrà o se viceversa scomparirà questa tradizione millenaria che a buon diritto è legata alla storia stessa di Venezia, e occupa meritatamente un posto tra le eccellenze produttive del made in Italy. L’interrogativo continua riguardo alle figure dei maestri, mi domanda se i giovani siano motivati ad intraprendere la difficile carriera che li porterà un giorno a dirigere la Piazza*. Malgrado il pessimismo diffuso e la reale diminuzione dei posti di lavoro, forse a sorpresa affermo che Murano non chiuderà mai le proprie fornaci, ed esprimo il mio convincimento che dopo la crisi, la ripresa sarà più forte di prima. A sostegno di questa mia tesi ricordo la grande crisi della prima metà del XIX secolo periodo durante il quale si assistette alla scomparsa quasi totale dell’attività vetraria in Murano.

Dopo il 1814 infatti, (congresso di Vienna) l’impero Austro - Ungarico “padrone” di Venezia cercò in tutti i modi di ostacolare la produzione muranese a beneficio di quella Boema e per conseguire questo intento non esitò a imporre tasse sulle esportazioni dei vetri veneziani e dazi sull’importazione del legname che, dalle vicine terre della Dalmazia, contribuivano ad alimentare le fornaci di Murano e in generale a tutte le materie prime per la preparazione del vetro.

Fu un periodo tragico che decretò la chiusura di quasi tutte le fabbriche e le poche rimaste furono depauperate dalle maestranze qualificate. La popolazione muranese perse infatti interesse a impegnarsi in un’attività che era probabilmente destinata alla scomparsa. * l’organizzazione del lavoro artistico muranese è suddiviso in Piazze ossia gruppi di lavoratori solitamente 3 o 4 formate da maestro, servente-, serventino e garzonetto. Per assistere alla rinascita della vetraria veneziana si dovette attendere l’unione di Venezia al Regno d’Italia. Già dalla metà dell’800 tuttavia alcuni segnali facevano intravedere una certa ripresa dell’interesse per il vetro muranese, in particolare, il gusto che si era dirottato sui pesanti cristalli boemi ed inglesi, stava ritornando a favore degli eleganti soffiati muranesi grazie a collezionisti che ricercavano gli oggetti del secolo precedente.

Fu la fondazione del museo vetraio nel 1861 ad opera dell’abate Vincenzo Zanetti, uno storico del vetro, a riportare un vivo interesse sulla lavorazione artistica che fu “salvata” grazie alla memoria di antichi manufatti esposti appunto al museo, ma, soprattutto a quella dei vecchi maestri ancora in grado di trasferire alle nuove generazioni quel patrimonio genetico di abilità e passione che avrebbe consentito la rinascita e la prosperità per molti anni del vetro veneziano. E questa è storia, forse non molto conosciuta, ma comunque conservata negli archivi. Ma le crisi economico - produttive a Murano sono state molteplici e a ben guardare sembra che ogni volta la manifattura muranese ne sia uscita rinvigorita, quasi in possesso di un fattore di immortalità che, malgrado le avversità causate dagli avvenimenti o dagli uomini, ne abbia impedito la distruzione. Pensiamo anche alla crisi del XVIII secolo meno nota di quella prerisorgimentale, ma probabilmente non meno grave. Più correttamente non tanto di crisi quanto di decadenza si dovrebbe parlare, elemento che ha permeato tutta la seconda metà del 700 veneziano.

Decadenza principalmente del gusto che apre inaspettatamente le porte all’importazione dei vetri soprattutto inglesi. Sembrava quasi che i nobili veneziani, “annoiati” dalla produzione locale, cercassero degli “svaghi” ornamentali in oggetti diversissimi da quelli prodotti a Murano. Ancora una volta il genio di un vetraio, Giuseppe Briati, riuscì a far recuperare l’interesse nel vetro veneziano realizzando un cristallo sodico - potassico più brillante e quindi in grado di contrastare quello importato dalla Boemia o dall’Inghilterra. Allo stesso Briati si deve la grande invenzione della “ciocca” ovvero del lampadario a bracci, in cristallo o vetro policromo, impreziosito da decorazioni floreali di squisita fattura, (il nome ciocca deriva infatti dalla parola veneziana che significa mazzo di fiori) che ebbe subito grande successo e fece risplendere i più bei palazzi del Canal grande il più famoso dei quali, Cà Rezzonico, da appunto il nome al più classico dei lampadari.

Se la storia ci conforta, spiegandoci che ad ogni grande crisi economica a Murano segue un periodo di splendore e benessere, quasi ubbidendo alla legge fisica dell’azione e reazione, ma più plausibilmente perché nel momento di difficoltà si realizza una forte tensione creativa che sfocia in nuove proposte che impattano positivamente sul mercato, la cronaca di avvenimenti più recenti ci dimostra lo stesso teorema. La seconda guerra mondiale ebbe una conseguenza terribile sulla vetraria di Murano. Maestranze arruolate, mercato ridotto al minimo, non contribuivano certamente allo sviluppo della attività che aveva goduto fino a tutti gli anni ’30 di un periodo fertile di idee. Pensiamo alla interpretazione del liberty a Murano, quei manufatti rappresentano alcune delle massime espressioni artistiche di tutta la storia dell’isola!

La guerra dunque sottrae la linfa vitale a Murano; prestigiose vetrerie per sopravvivere producono bulbi per lampadine, calamai per l’esercito, o catarifrangenti per biciclette, per fare solo alcuni esempi. Dopo alcuni anni di questa “cura” è sorprendente pensare che la rinascita sia avvenuta con relativa rapidità, proponendo nel segno della continuità e delle tradizioni manifatturiere, nuove espressioni creative che, come sempre, prendono spunto dal sentimento propositivo del momento storico, per confermare una personalizzazione e originalità che la rende uniche. Negli anni ’50 nasce il design in Italia! La crisi portata dalla guerra ebbe naturalmente un prolungamento durante gli anni immediatamente successivi. Non mancava la richiesta dei prodotti , mancavano i mezzi di produzione, e soprattutto le risorse finanziarie. Fu un periodo in cui si intuiva la ricca potenzialità del futuro e si cercava di mettere a profitto per questo scopo tutte le modeste risorse disponibili.

Le fabbriche si ripopolavano, i giovani accorrevano attratti dalla possibilità di lavoro, ma il compenso delle loro prestazioni era assai gramo, né le imprese avevano a disposizione capitali o entrate tali da far lavorare tutti con retribuzioni adeguate. I giovanissimi però (i futuri maestri) erano ansiosi di imparare e per farlo erano disposti non solo ad impegnarsi ma anche a sopportare sacrifici. Prima regola: “robar coi oci” ovvero osserva con attenzione, memorizza le mosse, i passaggi, i tempi, prima ancora di toccare el “fero” (la canna da soffio).

Erano tempi in cui i maestri facevano valere la loro autorità, anche con metodi che oggi sarebbero inaccettabili, sicuramente non sono stati tali “trattamenti” a creare nuovi talenti ma la leggenda “isolana” vuole che i giovani attraverso questa “cura” si forgiassero nel temperamento e acquisissero una motivazione che aveva il sapore della sfida. I compensi, quindi erano poca cosa, a volte solo la possibilità di venire a contatto con il tale maestro che ti permetteva di... “robar coi oci”. Ricordo a tal proposito il racconto di un vecchio maestro che raccontava di quando ragazzino, nell’immediato dopoguerra, il suo compenso era di portare a casa una pignatta di braci ancora incandescenti, che risultavano dalla combustione della legna che veniva utilizzata nelle fornaci per la fusione del vetro. Il fatto curioso è che molti suoi colleghi e non solo, avevano la stessa retribuzione, ovvero in alcuni casi, per maestranze più evolute si trattava di una concessione (che oggi diremmo benefit). Le braci servivano ovviamente per riscaldare le case nei freddi e umidi inverni e consentire la cottura del cibo.

Durante le sere invernali, nella buia e nebbiosa Isola, si potevano osservare punti luminosi in movimento, erano i numerosi giovani e meno giovani che ritornavano dal lavoro con le loro preziose “bronse”. Un’immagine suggestiva, quasi poetica, ma nello stesso tempo triste, che esprime tutta la difficoltà economica in cui si dibatteva Murano. Gli anni ’50 come già detto, furono l’inizio del boom economico e molti di quei giovani che avevano del “robar coi oci” fatto preziosa esperienza divennero maestri, con alcuni di questi ho avuto il piacere di collaborare. Pensiamo alla crisi economica di oggi, ci assale lo sconforto, ci sembra quasi che sia tutto finito, Murano, la sua storia, la sua gente. Sento una tristezza diffusa tra i miei colleghi, che è peggio delle lamentele, c’è un po’ di rassegnazione.

Voglio ricordare che tra il 1974 e 1975, per venire a tempi più recenti, la prima grande crisi energetica (qualcuno si ricorderà le domeniche “a piedi”, non si chiamavano ancora ecologiche) portò a un picco negativo dell’economia di Murano che possiamo paragonare tranquillamente a quello attuale. La capacità di reazione fu allora straordinaria e in poco tempo si passo dalla cassa integrazione diffusa alla richiesta di lavoro straordinario. Penso che ancora oggi ai giovani si possa dire di “robar coi oci”, quel modo di imparare che non te lo dimentichi più, che prima o poi ti ripaga non solo in termini economici,ma anche di gratificazione personale. “Robar coi oci” è la metafora che oggi possiamo portare avanti per significare voglia di apprendere un lavoro appassionante. Noi che abbiamo il privilegio di essere imprenditori di un mestiere unico dobbiamo accettare il fatto di coniugare abitualmente alla normale attività aziendale, la sfida continua e anche la responsabilità di far, non solo sopravvivere, ma anche prosperare, con il continuo rinnovamento nel segno della grande tradizione, una delle eccellenze del nostro made in Italy.

Lucio de Majo